“The Lancet” fa a pezzi l’idea che i tamponi molecolari siano il “gold standard” in una gestione epidemica

Abbiamo recentemente pubblicato due brevi articoli sull’inaffidabilità dei tamponi molecolari. Nei mesi, abbiamo raccolto una montagna di informazioni su questa tecnica di biologia molecolare e, se Dio vuole, avremmo modo di riassumere tutto in un articolo.

Oggi però voglio condividere con voi un’articolo pubblicato il 17 febbraio da una delle più blasonate riviste mediche al mondo: The Lancet. Quest’articolo finalmente ammette ciò che esperti non politicizzati in tutto il mondo stanno dicendo dall’inizio della pandemia riguardo i “tamponi molecolari”, altresì conosciuti come test PCR.

Frammenti di RNA [materiale genetico virale, ndT] possono persistere per settimane dopo che il virus infettivo è stato eliminato, spesso in persone senza sintomi o esposizioni note.

I test per aiutare a rallentare la diffusione di SARS-CoV-2 non devono cercare se qualcuno ha l’RNA nel naso da un’infezione precedente, ma determinare se oggi una persona è contagiosa.

È una perdita netta per il benessere sanitario, sociale ed economico delle comunità quando gli individui post-infettivi risultano positivi e si isolano per 10 giorni.

A nostro avviso, l’attuale test PCR non è quindi il gold standard appropriato per la valutazione di un test di salute pubblica SARS-CoV-2.

La maggior parte delle persone infettate da SARS-CoV-2 è contagiosa per 4-8 giorni.

Generalmente non è stato riscontrato che i campioni virali risultano positivi alle colture (ovvero, potenzialmente contagiosi) oltre il giorno 9 dopo la comparsa dei sintomi, con la maggior parte delle trasmissioni che avviene prima del giorno 5.

Questa tempistica combacia coi modelli osservati di trasmissione del virus (di solito da 2 giorni prima a 5 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi), che hanno portato le agenzie di sanità pubblica a raccomandare un periodo di isolamento di 10 giorni.

La breve finestra di trasmissibilità contrasta con una mediana di 22-33 giorni di positività alla PCR (più lunga con infezioni gravi e leggermente più breve tra gli individui asintomatici). Ciò suggerisce che nel 50-75% delle volte un individuo è positivo alla PCR, è probabile che sia post-infettivo.

Una volta che la replicazione di SARS-CoV-2 è stata controllata dal sistema immunitario, i livelli di RNA rilevabili mediante PCR sulle secrezioni respiratorie scendono a livelli molto bassi quando è molto meno probabile che gli individui ne infettino altri. Le restanti copie di RNA possono richiedere settimane, o occasionalmente mesi, per essere eliminate, durante le quali la PCR rimane positiva.

Questo estratto tradotto dall’articolo di cui sopra è sufficiente a dimostrare come la maggior parte degli stati europei, Italia in primis, si è resa colpevole di imprigionare persone senza alcun buon motivo nella maggioranza dei casi.

Ma non è finita.

Voglio che rileggiate per un attimo l’ultimo paragrafo della traduzione sopra. Ecco, ora voglio che sia chiaro che lo stesso ragionamento si applica se una persona è immune. Per chiarirvi la cosa, vado a citare da un articolo scritto da Beda M. Stadler (ex direttore dell’Istituto di immunologia dell’Università di Berna, biologo e professore emerito) nel giugno del 2020:

Se nel nostro ambiente sono presenti virus patogeni, tutti gli esseri umani, immuni o meno, vengono attaccati da questo virus. Se qualcuno è immune, inizia la battaglia con il virus. Per prima cosa cerchiamo di impedire al virus di legarsi alle nostre cellule con l’aiuto di anticorpi. Questo normalmente funziona solo parzialmente, non tutto viene bloccato e alcuni virus si attaccano alle cellule appropriate. Ciò non porta necessariamente a sintomi, ma non è nemmeno una malattia. Perché la seconda guardia del sistema immunitario è ora chiamata in azione. Si tratta dei suddetti linfociti T, globuli bianchi, che possono determinare dall’esterno in quali altre cellule il virus si nasconde per moltiplicarsi. Queste cellule, che ora stanno incubando il virus, vengono cercate in tutto il corpo e uccise dai linfociti T fino alla morte dell’ultimo virus.
Quindi, se eseguiamo un test PCR su una persona immune, non è un virus che viene rilevato, ma una piccola parte frantumata del genoma virale. Il test risulta positivo fintanto che sono rimaste minuscole parti frantumate del virus. Corretto: anche se i virus infettivi sono morti da tempo, un test PCR può tornare positivo, perché il metodo PCR moltiplica anche una piccola frazione del materiale genetico virale abbastanza [da essere rilevato]

Quanto riportato sopra è drammatico, perché crea le condizioni affinché

  1. persone immuni esposte al virus vengano messe ai domiciliari senza ragione
  2. una epidemia non termini mai: col tempo gli immuni aumenteranno, ma se continueranno a testarci tutti coi tamponi molecolari, continueremo ad avere una quantità enorme di casi “asintomatici” senza alcun significato clinico

Difatti, dato l’altissimo tasso di asintomatici sin dall’inizio dell’epidemia, è logico pensare che questi asintomatici altro non siano che persone con immunità pregressa. Se vi state chiedendo come sia possibile avere immunità a un virus che non si è mai contratto, la risposta è “immunità cellulare cross-reattiva”. In pratica, l’esposizione ad altri coronavirus (ci sono almeno 4 coronavirus che causano il raffreddore comune, più altri 3 coronavirus più “seri”, come MERS, SARS, e RSV).

Ricerche pubblicate recentemente suggeriscono che sia effettivamente questo il caso:

Una opinione su "“The Lancet” fa a pezzi l’idea che i tamponi molecolari siano il “gold standard” in una gestione epidemica"

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