Una teologia del volto: appunti sul costo delle mascherine

di Joshua Farris

L’ho sentito dire più e più volte: “Indossare una mascherina è un piccolo sacrificio per amare il tuo prossimo”. Tutto questo sin da quando il CDC e, alcuni esperti, hanno deciso che era, in effetti, un modo efficace (per quanto piccolo) per proteggere le persone dal COVID-19.

Il mio obiettivo qui non è discutere la relativa efficacia delle mascherine o i pericoli posti dal virus. Piuttosto, voglio contestare l’idea che l’ampia adozione di mascherine comporta costi relativamente bassi. Quello che non dovremmo fare è comportarci come se fosse un “piccolo sacrificio”, o come se ci fosse costo minimo o nullo ad indossare mascherine per un lungo periodo di tempo. Questo è semplicemente falso.

Costi per salute

Per alcuni c’è un costo per la salute. Per tutti c’è un piccolo costo per la capacità respiratoria. Supponendo che uno indossi una maschera più efficace, ad esempio N95, probabilmente il modo più efficace per impedire che le particelle sospese nell’aria si trasferiscano a un altro, respirare bene ha un costo. Si può respirare il 20% in meno di aria con una maschera N95 (c’è anche il problema di respirare l’anidride carbonica, si veda qui e qui). Immaginate di indossare quella maschera per la maggior parte della giornata. Come potrebbe influenzare alcune persone? Abbiamo già sentito parlare di casi di persone svenute per mancanza d’aria. Inoltre, altri hanno subito irritazioni della pelle e accumulo di batteri. Non è una sorpresa visto che le maschere servono, in una certa misura, a contenere tutto ciò che esce dalla bocca.

Costo sociale

C’è un altro costo. È un costo sociale. Considerate tutte quelle volte che siete andati per negozi e avete potuto vedere facce sorridenti e felici. Ciò aiuta a mantenere le persone felici. Ecco, non possiamo più farlo. Ma per quanto tempo possiamo andare avanti? È questa la “nuova normalità”? Considera il costo della comunicazione. In diverse occasioni chiacchierando con altre persone, non riesco più a leggere le loro espressioni facciali. Non è un costo insignificante. Che dire del fatto che parlare attraverso le mascherine ci impone di alzare la voce e, tuttavia, le nostre voci sono spesso attutite? Peggio ancora, l’unicità della persona è empiricamente riflessa nel volto della persona. Nessun’altra parte del corpo rivela la persona come il viso. È un costo insignificante? Non credo, e so che altri saranno d’accordo.

Costo teologico

Teologicamente parlando, le coperture facciali hanno un costo, ma questo richiede che facciamo un passo indietro e prestiamo una certa attenzione alla questione dei volti. Arrivare a una teologia dei volti è difficile perché non c’è molto lavoro sostanziale sull’argomento. Detto questo, c’è stato un lavoro sui volti all’interno della teologia del corpo, in particolare nelle riflessioni di Giovanni Paolo II e in alcune affermazioni autorevoli nella teologia cattolica romana (vedi Lumen Gentium).[1] In più di un luogo, Giovanni Paolo II fornisce alcuni commenti teologici sulla natura dei volti e sul loro scopo in un sistema ordinato della natura progettato da Dio. Per coloro che sono impegnati nella teoria del diritto naturale, è facile capire perché. La realtà fisica permea di significato spirituale. Anche le parti fisiche indicano, come segni teleologici, una qualche realtà spirituale. La teleologia facciale, potremmo chiamarla, trova trazione nello sviluppo tematico dei volti nella Scrittura.

In linea con un’antica concezione cristiana del mondo, il fine o lo scopo finale dell’umanità è la visione beatifica.

Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

1 Corinzi 13:12

La visione beatifica è descritta come la più alta e personale forma di comunione con un altro, in questo caso Dio, e il “volto” è suggerito come quella parte del corpo che rivela la persona. “Quando lo vedremo, saremo come lui” (1 Giovanni) e vedremo Dio faccia a faccia. Tutto questo si basa sul fatto che Cristo sperimenta la perfetta comunione con Dio Padre nel Vangelo di Giovanni, comunione che noi sperimenteremo con volti pieni di gloria nell’Apocalisse.

Ma, dopo la Caduta, nascondere il volto è considerato nella Scrittura una forma di camuffamento, di dissimulazione. Va a minare lo scopo a cui sono destinati i volti.

Dopo la Caduta, nascondere il volto è considerato nella Scrittura una forma di camuffamento, di dissimulazione.

In linea con il costo sociale, c’è un costo rivelazionale (si veda qui e qui). I volti sono la forma di comunicazione visiva più unica e personale. Non c’è altra parte del corpo che trasmetta il significato più chiaro della persona. Inoltre, crea lo spazio per la comunione con un altro. Le Scritture sono chiare: l’incontro faccia a faccia è il contesto della comunione con l’altro. Come affermato sopra, questo non è solo il significato analogico di ciò che è inteso nella visione beatifica per Cristo con suo Padre e per i figli con Dio in Cristo, ma è il fine teologico finale che si basa sulla comprensione del faccia a faccia fisico. Genesi 2: 7, come minimo, suggerisce questo fatto. Quando Dio, il Creatore, guarda il volto dell’uomo, soffia la vita nell’uomo e lo rende integro. Genesi 3:8 ci dà il contrario della visione beatifica quando afferma che Adamo ed Eva “si nascosero dalla presenza (let. ‘volto’) di Dio.” Questo tema del nascondere i volti è presente più avanti in Genesi 4:6 con Caino che si ”nasconde” e in Esodo 33:23 quando Dio nasconde il suo volto (cfr. Genesi 33:10). Nel commentare su Scheler, che ha influenzato la teologia del corpo di Giovanni Paolo II, Joshua Miller riassume abbastanza bene il significato teologico del volto nella rivelazione, quando afferma:

“Spesso sopraggiunge anche nella nostra immaginazione; immaginiamo letteralmente la persona, in particolare il suo viso, come una sorta di incarnazione di questa essenza di valore individuale”[2]

Joshua Miller

Il Nuovo Testamento indirizza i cristiani in una direzione diversa, dove rivelare i nostri volti a Dio mentre Egli rivela il suo volto nella persona e nell’opera di Cristo. Quando lo vediamo faccia a faccia, senza dubbio, ciò assume un significato spirituale, ma in una comprensione Antica ciò che era spirituale era spesso un riflesso di una realtà rilevabile empiricamente, e lo stesso vale per il fisico come rappresentazione dello spirituale. Quindi, non è una coincidenza che Giovanni Paolo II usi il linguaggio del “volto” per una realtà di natura spirituale. Coprire il viso chiude la possibilità di una vera comunione.

La mia tradizione di anglicanesimo rispecchia questo tema in più punti. La nostra posizione liturgica comune nella preghiera del mattino e della sera non è quella di nascondere i nostri volti, ma, invece, di scoprire i nostri volti come espressione di trasparenza davanti a Dio (cioè, faccia a faccia). La pratica di non camuffare il volto e di rimanere aperti alla comunione con il volto di Dio diventa una posizione liturgica importante nella preghiera quotidiana. Ad esempio, conducendo alla Confessione generale, il BCP 28 afferma: “che non dovremmo smaterializzarci né coprirci davanti al volto dell’Iddio Onnipotente, nostro Padre celeste”.[3]

Nella nostra teologia propriamente detta (cioè, la nostra dottrina di Dio), Dio che nasconde il suo volto è un segno della sua disgrazia. In Giobbe 13:24, Giobbe grida a Dio dicendo: “Perché nascondi il tuo volto e mi consideri un nemico?”. Il Salmo 13:1, un esempio paradigmatico del salmista nel contesto delle sue devozioni a Dio, dice:

Fino a quando, o Signore, mi dimenticherai?
Sarà forse per sempre?
Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?

Salmo 13:1

Isaia 45:15 ci dà un esempio dello stesso significato: “In verità tu sei un Dio che ti nascondi, o Dio d’Israele, o Salvatore!”. Dio si rivela attraverso il linguaggio incarnato del volto, e il suo nascondere il volto è un segno di dispiacere.

Nella nostra antropologia, diversi passaggi continuano questo tema del “nascondersi” come risultato della caduta nel peccato dopo Genesi 3:8. Nascondere il proprio volto a Dio è un segno di disobbedienza all’alleanza. Isaia 40:27, “Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio»?” La nostra teologia del corpo sottolinea l’importanza dell’incontro faccia a faccia. Prestare attenzione ad altre parti del corpo, ancora una volta, non riesce a rivelare l’unicità dell’“immagine” di ogni singolo essere umano.

Recenti studi psicologici sui secondi incontri personali evidenziano la rilevanza antropologica del volto. I secondi incontri personali consentono questo affascinante fenomeno di ciò che alcuni scienziati cognitivi hanno chiamato lettura del pensiero (si veda qui e qui). Non comporterà letteralmente la lettura del pensiero, ma rivela di certo un’influenza su una solida comunicazione personale. Potremmo andare anche oltre e suggerire che influisce sulle disposizioni in modo tale da perdere un incontro personale più profondo.

Entrando visivamente in un volto, incontriamo la sua vita interiore attraverso le espressioni facciali e gli occhi indagatori, ma è il culmine di tutti i dettagli sul viso che consente alle persone di leggere i pensieri degli altri. Questo è abbastanza facile da illustrare. La maggior parte ha avuto un incontro romantico che permette di entrare nei pensieri di un altro. Sai che lui sa cosa stai pensando mentre l’un l’altro ci si fissa con desiderio. Ma questo non accade solo negli incontri romantici. Familiari, amici e colleghi sperimentano un fenomeno simile. Giovanni Paolo II ha chiaramente dimostrato che è con la faccia che trasmettiamo l’amore che abbiamo per gli altri esseri umani attraverso un atto di apertura e trasparenza.

Sebbene alcuni ritengano che il suggerimento che 2 Corinzi 3:18 non abbia nulla a che fare con la discussione, suggerisco di ripensarci.

E noi tutti, a faccia scoperta, contemplando la gloria del Signore, veniamo trasformati a sua somiglianza da un grado di gloria a un altro; perché questo viene dal Signore che è lo Spirito

2 Corinzi 3:18

Ricordando che gli antichi consideravano una relazione speculare comune tra la vita spirituale e quella incarnata degli umani, la logica implicherebbe che il “volto svelato” in qualche modo informi la nostra teologia dei volti. Non è una coincidenza che Paolo usi il “volto” dei credenti come analogo della realtà spirituale.

Supponendo che voi, lettori, amiate una teologia sacramentale, la teologia facciale è tanto più importante per il modo in cui concepiamo i volti e il loro significato. Ne Lumen Gentium così come in altri autorevoli commentari teologici, la Chiesa è descritta come il volto di Cristo. Un cardinale riassume l’insegnamento in quanto segue:

“Insomma, la Chiesa è chiamata a riflettere il suo Volto, il volto di Cristo Maestro, Profeta, Sacerdote e Re, affinché di lei possiamo dire in relazione a Cristo ciò che Cristo ha detto di se stesso in relazione al Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”(Gv 14:9). La missione fondamentale della Chiesa è essere la trasparenza di Cristo e del suo volto. Gli esseri umani hanno il diritto inalienabile di poter vedere il volto del Signore nel volto della Chiesa, affinché in lei e attraverso di lei lo possano vedere e contemplare ”.

Cosa potrebbe ciò mai significare se non è già fondato sulla nozione sacramentale che i volti fisici hanno un ruolo importante da svolgere nella nostra antropologia teologica e in una teologia incarnativa degli attributi divini? Qualcosa su cui riflettere, sicuramente.[4]

Indossare una mascherina potrebbe essere utile per prevenire la diffusione di COVID (ndT: non lo è). Ma c’è ancora qualcosa di reale che si perde con il mascheramento e non dovremmo sorvolare il punto troppo velocemente, altrimenti potremmo acclimatarci a qualcosa che, se normalizzato dopo COVID, sarebbe veramente dannoso per la nostra società (e per la nostre comunità cristiane, ndT).

  1. Vedi Giovanni Paolo II, The Theology of the Body: Human Love in the Divine Plan (Boston: Pauline Books, 1997). Concilio Vaticano, Lumen Gentium (Alba House, 2009). Vedi anche CS Lewis, Till We have Faces: A Myth Retold (Broadway: Harper One, 2017). 
  2. Joshua Miller, “Scheler sulla duplice fonte di unicità personale”, American Catholic Philosophical Quarterly , vol. 769,1, 167. 
  3. John Wallace Suter (a cura di), The Book of Common Prayer (Greenwich: The Seabury Press, 1953), 5. 
  4. Per un lavoro che tocca questi temi, vedere Joshua R. Farris, An Introduction to Theological Anthropology: Humans, Both Creaturely and Divine (Grand Rapids: Baker Academic, 2020). 

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